1. Demografia e situazione socioeconomica

La popolazione: numeri e tendenze

Al primo gennaio 2017 erano residenti in Trentino 538.604 persone, con un leggero eccesso di presenza femminile (274.953 donne e 263.270 uomini; rapporto uomini/donne: 0,96) legata alle classi di età più anziane (figura 1.1). Se, infatti, il rapporto uomini/donne nella popolazione fino ai 74 anni è vicino all’uno, nella popolazione ultra 74enne tale rapporto scende a 0,62, ossia ci sono 62 uomini ogni 100 donne. Ciò ad indicare che il continuo allungamento della vita media è più marcato nella parte femminile della popolazione, che risulta più anziana della controparte maschile. Dal punto di vista demografico, la provincia di Trento è principalmente caratterizzata dall’invecchiamento della popolazione: i giovani con meno di 15 anni rappresentano il 15% della popolazione totale, mentre le persone con più di 64 anni e quelle con più di 74 anni sono, rispettivamente, il 21% e l’11%.
In confronto agli anni ’80 la parte di popolazione giovane (con meno di 30 anni) si è ridotta del 16%, mentre la quota di popolazione anziana è progressivamente incrementata: gli ultra 64enni sono aumentati del 75%, gli ultra 74enni del 150%.

L’allungamento e la qualità della vita

Le figure 1.2a e 1.2b mostrano il progressivo allungamento della vita sia alla nascita, sia in età anziana. Il numero medio di anni che una persona può aspettarsi di vivere (speranza di vita alla nascita) è aumentato in circa tre decenni di oltre 11 anni per gli uomini (dai 70 anni del 1982 agli 81,4 del 2016) e di circa 8 per le donne (dai 78,5 anni del 1982 agli 86,3 del 2016). Inoltre, lo spostamento sempre più in avanti del momento del decesso ha comportato un aumento della speranza di vita anche alle età più anziane. Ad esempio, dal 1982 a oggi le persone di 75 anni hanno guadagnato più di quattro anni di vita, passando dagli 8 ai 12,3 anni per gli uomini e dai 10 ai 14,7 anni per le donne.
Ma l’aumentata longevità in che condizioni di salute avviene? L’aumento della sopravvivenza porta con sé un aumento degli anni vissuti in buona salute?
In figura 1.3 sono evidenziati gli anni vissuti in buona salute, indicatore che combina la componente di sopravvivenza alla percezione di buona salute delle persone. Dal 2000 al 2015 in provincia di Trento la parte di vita vissuta in buona salute è cresciuta per entrambi i generi: gli uomini hanno guadagnato 16 anni di vita, mentre le donne 18.
Tuttavia risulta evidente come la dimensione qualitativa degli anni vissuti continui a essere più favorevole per il genere maschile. Sebbene le donne vivano in media più a lungo (di quasi 5 anni nel 2015) esse hanno una vita in buona salute più breve degli uomini (di circa un anno e mezzo) e trascorrono, quindi, una porzione più elevata della loro vita in cattiva salute (il 25% per le donne vs 18% per gli uomini).
La qualità della vita relativa alla salute può essere valutata anche attraverso la percezione che le persone hanno della propria salute, fisica e mentale, visto che la percezione soggettiva è fortemente correlata con indicatori più oggettivi, quali presenza di malattie o altri disturbi.
Nel periodo 2008-2016 in provincia di Trento il 76% della popolazione tra i 18 e i 69 anni giudica il proprio stato di salute positivamente (ritiene di stare “molto bene” o “bene”), il 22% discretamente e il rimanente 2% in modo negativo (“male” o “molto male”).
Uomini e donne mostrano una percezione diversa del benessere, più positiva tra i primi. Riferisce di stare “bene” o “molto bene” il 79% degli uomini e il 73% delle donne, discretamente il 19% degli uomini e il 25% delle donne e di stare “male” o “molto male” il 2% di entrambi i generi.
L’andamento temporale presentato in figura 1.4 non evidenzia variazioni rilevanti nell’intero periodo e continua a sottolineare come siano le donne a riferire uno stato di salute peggiore rispetto agli uomini.
La percezione positiva del benessere non è condizionata solo dal genere delle persone, ma anche dalle loro caratteristiche demografiche e socio-economiche (figura 1.5).
In entrambi i generi la percentuale di persone che giudica positivamente il proprio stato di salute diminuisce all’aumentare dell’età, al crescere delle difficoltà economiche e in presenza di almeno una patologia cronica. L’istruzione diventa un fattore rilevante solo per le donne: all’aumentare del livello di istruzione aumenta la percentuale di donne che afferma di stare “bene” o “molto bene”. Mentre cittadinanza e condizione lavorativa influenzano il giudizio degli uomini: tra i cittadini italiani e tra chi è in condizioni lavorative precarie troviamo percentuali più basse di giudizi positivi.

La presenza straniera

Gli stranieri residenti in Trentino al primo gennaio 2017 sono 46.456, pari all’8,6% della popolazione totale. La presenza di stranieri ha raggiunto il massimo nel 2013 (9,5%) ed è in costante calo negli ultimi anni. Calo spiegabile principalmente dalla crisi economica, che ha frenato i trasferimenti dall’estero, e in parte dal trend crescente delle acquisizioni di cittadinanza, essenzialmente per residenza pluriennale.
La popolazione straniera si differenzia da quella italiana per essere molto più giovane (il 19% ha meno di quindici anni vs il 14% tra gli italiani e il 4% ne ha più di 65 vs il 23% tra gli italiani) e per avere più alti livelli di fecondità, sebbene questa sia in progressiva contrazione.
La definizione “stranieri” sintetizza una varietà di ben 142 cittadinanze presenti in provincia di Trento. La comunità più numerosa è quella romena (che conta il 22% degli stranieri totali), seguita da quella albanese (12%) e marocchina (8%).
Molte sono le caratteristiche che contraddistinguono le diverse comunità residenti sul territorio, tra queste la composizione per genere. Complessivamente le donne costituiscono il 54% degli stranieri residenti in Trentino, ma sono sovrarappresentate tra i cittadini dell’ex blocco sovietico (Ucraina – il 75% degli ucraini residenti in Trentino sono donne – Polonia 69%, Moldova 67%, Bulgaria 64%) e di alcune aree del Sud America (Brasile 72%, Colombia 61%). Gli uomini, invece, prevalgono in particolare tra i senegalesi (70%), i nigeriani (63%), i pakistani (59%) e gli indiani (58%).

Il mondo del lavoro

Al lavoro di buona qualità è universalmente riconosciuta la potenzialità di migliorare la vita dell’individuo e della sua famiglia, in quanto fonte sia di reddito e di possibili vantaggi economici, sia di identità e realizzazione personale.
Per contro la disoccupazione, anche di breve periodo, e l’occupazione precaria hanno effetti negativi sulla vita e sul benessere dell’individuo, non solo in termini di povertà materiale, ma anche di forte stress psicologico derivante appunto dall’instabilità economico-lavorativa e dal limitato grado di realizzazione e soddisfazione personale e professionale.
I dati dell’occupazione trentina mostrano chiaroscuri: da un lato la situazione in Trentino è decisamente più favorevole rispetto al contesto nazionale, dall’altro sono presenti disequità in base al genere, all’età, al livello di istruzione e alla cittadinanza. I principali indicatori di monitoraggio del mercato del lavoro e della conciliazione dei tempi di vita mostrano condizioni sfavorevoli per le donne. Il tasso di occupazione generale in età 20-64 anni (pari al 71% nel 2016) è solo di poco inferiore all’obiettivo del 75% fissato per il 2020 dall’Unione europea, ma presenta un differenziale di 15 punti percentuali tra uomini e donne a discapito delle donne: il tasso di occupazione maschile (20-64 anni) è pari al 79%, quello femminile al 64%.
Lo svantaggio occupazionale delle donne emerge anche dalla tipologia del contratto di lavoro, più spesso atipico se si tratta di occupazione femminile. Nell’ultimo decennio le lavoratrici occupate a tempo determinato sono oscillate tra il 17 e il 20%, mentre tra gli uomini tale percentuale è inferiore mediamente di 5-6 punti. In più le donne sono colpite maggiormente anche dal precariato di lunga durata. Sempre nell’ultimo decennio circa il 20% delle lavoratrici sono state occupate in lavori a termine per almeno 5 anni rispetto al 15% dei colleghi uomini.
Una menzione particolare merita il part-time, modalità di lavoro prettamente femminile, viste le percentuali molto diverse a seconda se si considerano lavoratrici (41% occupate part-time nel 2016) o lavoratori (7%). Sebbene il lavoro a tempo parziale possa essere uno strumento per facilitare la conciliazione tra tempi di lavoro e altri ambiti di vita (e quindi l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro), va attentamente presa in considerazione la progressiva crescita del part-time involontario passato dal 5% dei primi anni 2000 al 16% del 2016 (a fronte del 4% per gli uomini).

Il reddito e il benessere economico

L’insufficienza di risorse economiche individuali e collettive mette a rischio la possibilità di soddisfare i bisogni fondamentali di ognuno ed è insieme causa ed effetto di problemi nel campo dell’istruzione, dell’occupazione e della coesione sociale. Tutto ciò si traduce in una limitata capacità delle persone di avere controllo sulle proprie scelte di salute e di benessere.
Il 50% delle famiglie residenti in Trentino ha percepito nel 2014 un reddito non superiore a 26.859 euro, pari a 2.238 euro al mese (reddito mediano; ultimi dati Istat). È il reddito più basso dal 2005 ad oggi, sebbene ancora una volta più alto di quello medio nazionale (24.190 euro).
La povertà relativa (1) coinvolge il 6,5% delle famiglie (il 10% in Italia), mentre il 3% delle persone vive in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale (2) (12% in Italia).
La situazione è confermata anche dai dati PASSI secondo cui il 7% della popolazione adulta ha gravi difficoltà economiche (6% degli uomini e 8% delle donne) e il 27% ha qualche difficoltà (27% uomini; 28% donne).
Per la maggior parte delle persone anziane la pensione rappresenta la principale risorsa economica. Nel 2015 (ultimi dati INPS) i 106.551 pensionati residenti in provincia di Trento di 65 anni e oltre hanno percepito in media 18.458 euro all’anno, tenuto conto che in alcuni casi uno stesso pensionato può contare anche su più di una pensione. Le donne rappresentano il 55% dei pensionati, anche in virtù di una loro maggiore longevità, ma questo non si traduce in coefficienti di pensionamento (3) più elevati, che al contrario sono più bassi di quelli degli uomini: 91% vs 97% per gli uomini. Ma la disuguaglianza di genere più evidente riguarda l’entità dell’assegno percepito. Nonostante le donne, come detto, rappresentino il 55% dei pensionati, esse percepiscono il 44% del reddito pensionistico complessivo annuo (869 milioni su 1.967 milioni di euro totali). L’importo medio annuo è dunque sensibilmente inferiore a quello degli uomini: 14.700 euro rispetto ai 23.000 euro maschili, per una differenza di quasi 700 euro al mese.
Il grado di disuguaglianza della distribuzione del reddito in una popolazione può essere misurato con l’indice di Gini (pari a 0 nel caso di una perfetta equità della distribuzione dei redditi, pari a 1 nel caso di totale disuguaglianza). A livello globale l’indice di Gini varia in un intervallo di valori tra lo 0,25 (situazione tipica dei Paesi del nord Europa) e lo 0,50 (Paesi del centro-sud America). In Trentino l’indice di Gini ha oscillato nell’ultimo decennio tra lo 0,25 e lo 0,29 collocando la provincia tra le posizioni migliori sia a livello nazionale che mondiale.

(1) Una famiglia viene definita povera in termini relativi se la sua spesa per consumi è pari o al di sotto della linea di povertà relativa, che viene calcolata sui dati dell’indagine sulle spese per consumi delle famiglie. Nel 2015, per esempio per una famiglia di due componenti è risultata di 1.051 euro mensili.
(2) L’indicatore, definito come una situazione di involontaria incapacità di sostenere spese per determinati beni o servizi, corrisponde alla percentuale di persone in famiglie che registrano almeno quattro segnali di deprivazione su una lista di nove: non riuscire a sostenere spese impreviste; avere arretrati nei pagamenti (mutuo, affitto, bollette, debiti diversi dal mutuo); non potersi permettere una settimana di ferie lontano da casa in un anno, un pasto adeguato (proteico) almeno ogni due giorni, il riscaldamento adeguato dell’abitazione, l’acquisto di una lavatrice, o di un televisore a colori, o di un telefono, o di un’automobile.

L’istruzione

Assieme alla situazione lavorativa e alle condizioni economiche, l’istruzione è uno dei determinanti fondamentali della salute. Generalmente chi è più istruito ha un tenore di vita più alto, ha maggiori opportunità di trovare lavoro qualificato e vive meglio e più a lungo. In Italia i laureati e i diplomati hanno un’aspettativa di vita di un paio d’anni più lunga rispetto a chi è meno istruito.
Gli indicatori di istruzione e formazione confermano la posizione di eccellenza del sistema scolastico locale relativamente al quadro nazionale. Mostrano valori in linea con la situazione media dell’Unione europea e, sebbene non si siano ancora raggiunti alcuni traguardi fissati a livello europeo, l’andamento temporale è in progressivo miglioramento.
Tuttavia, come già visto per il lavoro, la sintesi del dato medio nasconde disuguaglianze legate a fattori sociali e demografici, tra cui il genere (figura 1.7). Gli indicatori di successo scolastico descrivono una situazione favorevole per le donne: esse, infatti, si diplomano con maggior frequenza degli uomini (70% vs 67% nel 2016), hanno percentuali di abbandono scolastico più basse (7% vs 9% nel 2016) e, soprattutto, si laureano in percentuali nettamente maggiori e con uno scarto che si amplia nel tempo (negli ultimi anni la percentuale di laureate è oltre una volta e mezza quella dei laureati).
Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, questo vantaggio formativo però non si traduce in altrettanto vantaggio lavorativo, comportando così uno “spreco” di capitale sociale. In linea, almeno in parte, con questa realtà è la percentuale di NEET (giovani non più impegnati in un percorso scolastico o formativo ma nemmeno inseriti nel mondo del lavoro) che, tendenzialmente in crescita per entrambi i generi, è più elevata tra le ragazze (18% vs 14% nel 2016).
Anche i risultati scolastici e le competenze degli studenti sono caratterizzati da disparità di genere, oltre che di cittadinanza e di contesto socio-economico di provenienza.
Fermo restando che in Trentino le performance degli studenti nelle tre discipline sono più che brillanti (con punteggi medi migliori sia di quelli nazionali che di quelli della media dei paesi OCSE) e che le percentuali di studenti sotto il livello base di competenza sono sensibilmente più contenute di quelle italiane e della media dei paesi OCSE, l’analisi per genere mostra un divario accentuato, in particolare per quanto riguarda la prestazione media (tabella 1.2).
Rispetto ai loro compagni maschi, le studentesse hanno maggiori problemi in ambito matematico e scientifico, mentre raggiungono risultati migliori nell’ambito della lettura, effetti da ricondurre in parte a un’educazione distorta da pregiudizi di genere.

(3) Rapporto tra il numero di pensionati di una determinata età e la popolazione residente della stessa età.

Il capitale sociale e le risorse della comunità

Risorse finanziarie, infrastrutture, presenza di servizi pubblici efficienti da sole non bastano; le relazioni sono indispensabili affinché un insieme di individui isolati sia una società. Le più recenti ricerche internazionali hanno dimostrato l’esistenza di correlazione tra la dotazione di capitale sociale di una comunità e il livello di sviluppo economico, di capitale umano, di salute e di criminalità.
In provincia di Trento i legami familiari e amicali sono solidi e le persone si dichiarano molto soddisfatte delle proprie relazioni in misura decisamente più consistente di quanto mediamente accade in Italia (figura 1.8): il 34% dei trentini è molto soddisfatto dei legami con gli amici (24% in Italia) e il 45% di quelli con i parenti (33% in Italia).
I trentini rientrano tra le persone in Italia che hanno maggior fiducia nel prossimo (il 29% delle persone ritiene che gran parte della gente sia degna di fiducia vs il 20% in Italia) e hanno una percezione della sicurezza della zona in cui vivono tra le più elevate (il 74% delle persone si sente sicuro camminando al buio da solo nella zona in cui vive vs 56% in Italia).
La soddisfazione delle relazioni non è molto diversa tra uomini e donne, a differenza della fiducia interpersonale e della percezione di sicurezza, che vedono le donne più insoddisfatte degli uomini (figura 1.8). Infatti, il 33% degli uomini reputa che gran parte della gente sia degna di fiducia a fronte del 26% delle donne e l’83% degli uomini si sente sicuro nella zona in cui vive rispetto al 66% delle donne.
Lo spirito di partecipazione sociale, di associazionismo e di volontariato, crea capitale sociale utile a livello sia individuale che comunitario e questo è ben presente nella popolazione trentina, soprattutto nella componente maschile (figura 1.9).
I consumi e le attività di carattere culturale contribuiscono a determinare il capitale sociale di un paese e i trentini dimostrano esserne attivi protagonisti (figura 1.10). Si sottolinea la propensione e la diffusione della lettura di libri che interessa il 55% dei residenti (41% in media in Italia), così come la lettura di quotidiani con il 57% dei trentini che legge un quotidiano almeno una volta alla settimana (in Italia il 44%) e il 37% che li legge con continuità nell’arco di tutta la settimana (in Italia il 35%). Inoltre, il 41% delle persone fa un uso di internet per leggere news, riviste e giornali (il 34% in Italia).
Anche per ciò che concerne la partecipazione a spettacoli ed eventi, i dati evidenziano l’alto tasso di risposta dei trentini all’offerta e alle proposte culturali: vanno a teatro più che nel resto d’Italia (26% vs 20%), visitano più mostre e musei (47% vs 31%), sono più interessati ai siti archeologici e ai monumenti (33% vs 25%) e sono buoni frequentatori di concerti di musica leggera (25% vs 21%). I trentini non si mostrano particolarmente interessati alla musica classica e all’opera (10%) e vanno al cinema meno frequentemente rispetto alla media italiana (49% vs 52%).

L’ambiente

Il benessere di una società è strettamente collegato al contesto territoriale e ambientale in cui le persone vivono e alla stabilità e alla consistenza delle risorse disponibili.
Ogni società dovrebbe rispettare i criteri di uno sviluppo sostenibile, cioè soddisfare i bisogni attuali senza compromettere la possibilità delle future generazioni di soddisfare i propri. Questo principio implica un forte impegno da parte di istituzioni e cittadini all’utilizzo responsabile delle risorse naturali e alla realizzazione di politiche che tengano conto dell’interconnessione di aspetti sociali, ambientali, economici e sanitari, nello spirito degli obiettivi delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Spesa per la tutela dell’ambiente

L’attenzione istituzionale alla tutela dell’ambiente può essere valutata dalla quantità di risorse economiche investite per la salvaguardia dell’ambiente da fenomeni di inquinamento e di degrado e dall’esaurimento delle risorse naturali.
L’8° Rapporto sullo stato dell’ambiente della provincia di Trento curato da APPA riporta i dati del 2012 (ultimi disponibili), i quali attribuiscono al Trentino una spesa media pro capite pari a 317 euro contro una spesa media italiana sensibilmente inferiore (64 euro) (4).

(4) APPA, 2016. Capitolo 20: Spesa ambientale, 8° Rapporto sullo stato dell’ambiente della provincia di Trento.

Rifiuti urbani

Nel corso del 2015 la produzione pro capite di rifiuti in Trentino è scesa a 463 kg, confermando il calo significativo già in atto dal 2010 (dati ISPAT). Allo stesso modo, si continua a registrare un trend in costante diminuzione anche per la parte di rifiuti smaltita in discarica che nello stesso anno ammontava al 26% del totale dei rifiuti urbani raccolti. Infine, il Trentino si conferma una realtà virtuosa a livello nazionale per la raccolta differenziata, la quale, sempre nel 2015, era pari al 72% del totale raccolto.

Prodotti fitosanitari (5)

Da un punto di vista normativo, i prodotti fitosanitari sono un tipo di pesticida utilizzato per la protezione delle piante e per la conservazione dei prodotti vegetali.
La presenza in provincia di Trento di coltivazioni intensive (per esempio melo e vite) fa sì che il consumo di fitofarmaci per unità di superficie coltivata risulti più elevato (10,5 Kg per ettaro) rispetto alla media nazionale (4,6 Kg per ettaro). Sopra alla media nazionale si collocano anche Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna, Campania, Puglia e Sicilia (ISPRA 2016).
L’impiego di fertilizzanti chimici risulta invece più contenuto: rispetto ad un valore nazionale pari a 71,5 kg di unità fertilizzanti per ettaro, in Trentino il consumo è di 29,7 kg per ettaro (ISTAT – elaborazione Servizio agricoltura).
L’utilizzo di prodotti fitosanitari e fertilizzanti in agricoltura comporta importanti risvolti ambientali come anche rischi per l’uomo e per questo motivo le politiche agricole comunitarie e nazionali ne prevedono un costante monitoraggio (6). A questo fine, l’Azienda provinciale per i servizi sanitari (APSS) e l’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente (APPA) attuano specifici piani di controllo, eseguono ispezioni sulle aziende agricole ed effettuano analisi sugli alimenti e sulle acque.

(5) Paragrafo a cura di Renato Martinelli, Servizio Agricoltura, Dipartimento Territorio, agricoltura, ambiente e foreste.
(6) ISPRA, 2016. Capitolo 13: Dati di vendita dei prodotti fitosanitari, Rapporto nazionale pesticidi nelle acque dati 2013-2014.

Emissioni di gas serra (7)

Le emissioni di gas serra sono dovute principalmente alla produzione di energia elettrica da fonti non rinnovabili, al trasporto automobilistico e aereo, al riscaldamento delle abitazioni e alle attività industriali e di allevamento di bestiame.
Fra i gas climalteranti, l’anidride carbonica è il principale responsabile del surriscaldamento climatico e nel rispetto degli obiettivi fissati dal protocollo di Kyoto, il Piano energetico provinciale stabilisce la necessità di ridurne le emissioni del 2% rispetto al 1990. L’andamento le emissioni di CO2 prodotte in Trentino dalla combustione di fonti energetiche fossili ha iniziato a decrescere dal 2005, anno in cui si è registrato un picco pari a 2197 kilotonnellate (fig.1).
Anche riguardo alla produzione pro-capite di CO2 dovuta all’utilizzo di combustibili di fossili c’è stato un miglioramento, valore che è passato da 0,28 ktonn nel 2012 a 0,22 ktonn nel 2016.

(7) Paragrafo a cura di Roberto Brunelli, APRIE, Dipartimento Territorio, agricoltura, ambiente e foreste.

Energia da fonti rinnovabili

Una possibile strategia per attenuare gli effetti legati all’esaurimento delle risorse e all’emissione di gas climalteranti deve essere incentrata sul risparmio energetico, ovvero sulla riduzione dei consumi di energia e sull’impiego di fonti energetiche rinnovabili.
Gli ultimi dati disponibili (relativi al 2014) evidenziano come l’87% dell’energia elettrica prodotta in Trentino provenga da fonti rinnovabili (soprattutto idroelettrico) contro un 13% di energia prodotta invece in impianti che utilizzano fonti fossili. Per quanto riguarda il solare termico, nel 2014 il numero di pannelli solari in funzione sul territorio provinciale era pari al 6% del totale nazionale, con una media di 284 m2 di solare termico installato per 1000 abitanti contro una media nazionale di soli 33 m2/1000 abitanti.

La percezione della popolazione

Da una lettura dei dati elaborati dall’ISPAT emerge che nel 2015 quasi il 92% della popolazione con più di 14 anni si è dichiarato molto soddisfatto della situazione ambientale della zona in cui vive.
Tuttavia, nel 2016 il 23% delle famiglie trentine si è lamentato dell’inquinamento dell’aria, percentuale aumentata di quasi quattro punti rispetto al 2015 ma ancora di molto inferiore rispetto al valore italiano (38%). Per quanto riguarda invece la percentuale di famiglie che si lamentano per la sporcizia in strada, il valore registrato nello stesso anno era pari all’11%, di tre volte inferiore rispetto al 33% rilevato a livello nazionale.